L’ APP “buona” che promuove la sincerità e allontana i bulli

“To be honest” (ad essere sinceri, in italiano) pare stia spopolando negli Usa tra i teenager, si tratta di una APP che permette agli utenti, nascosti dietro un parziale anonimato di scambiarsi complimenti tramite quiz positivi tra amici ed invio di messaggi. Al momento gli iscritti sono oltre un milione e circa 150 milioni i quiz scambiati ; numeri in crescita per una APP disponibile da appena due mesi. Una volta iscritti a TBH (la sigla di to Be Honest) si entra in contatto con gli altri iscritti presenti nella propria rubrica telefonica; questo assicura che non ci siano sconosciuti tra i nostri contatti.

I sondaggi che vengono proposti su “to be honest” , sono  del tipo “chi ascolta di più” o “chi ha il miglior sorriso” , promuovono la sincerità e allontanano gli utenti dalla tentazione di usare l’anonimato per offendere o molestare altri membri della piattaforma.

L’anonimato, che tanto piace ai teenager che frequentano social simili a TBH, spesso rischia di essere usato per pubblicare offese, proprio per questo TBH propone un anonimato parziale: quando si viene scelti in un sondaggio vengono dati indizi su chi ha espresso quel parere, senza però svelarne l’identità.

TBH prevede anche una premialità per chi viene scelto nei quiz: chi ottiene più preferenze può ottenere punteggi che consentono di sbloccare alcune funzioni del programma. L’ APP, che in poche settimane ha scalato la classifica dei software per smartphone più scaricati negli Stati Uniti (al momento è disponibile solo negli USA), è una alternativa a piattaforme molto gettonate come ThisCrush e Sarahah, conosciute anche dagli adolescenti italiani e spesso utilizzate per atti di bullismo online.

Le piattaforme che consentono di interagire con altri utenti in maniera anonima, hanno avuto negli ultimi anni, grande successo specialmente tra i teenager.

ThisCrush  ad esempio, nasce con l’obiettivo di dare la possibilità, attraverso l’anonimato, di superare l’imbarazzo di fronte ad un colpo di fulmine adolescenziale; come accade però nel mondo della Rete, in diversi casi questa opportunità è stata utilizzata per inviare insulti ed offese. Un fenomeno spesso ignoto ai genitori, che rischia di danneggiare l’autostima delle vittime e di esporli ad una gogna mediatica (in alcune di queste piattaforme la vittima può solo ricevere messaggi senza poter rispondere e senza poter bloccare i bulli).

Perdere foto dello smartphone provoca stress

Oltre il 70% degli utenti intervistati da una nota azienda informatica, teme che un attacco informatico possa danneggiare il proprio PC o il proprio smartphone causando perdita di dati , in particolare di foto e documenti importanti.

Allo stesso tempo, l’indagine rivela che la paura di perdere le foto scattate con lo smartphone è una fonte di stress maggiore della fine di una storia sentimentale o di un incidente automobilistico non grave. Secondo Kaspersky Lab , solo la malattia di un familiare peserebbe di più, per gli intervistati (oltre 16mila , dai 16 anni in su , provenienti da 17 paesi del globo) rispetto alla perdita della propria “memoria” digitale. Paradossalmente nonostante il rischio di perdere foto e dati sia concreto, circa la metà degli utenti non utilizza misure di sicurezza basilari come il PIN o una password;il primo consiglio per salvaguardare i dati è quindi quello di provvedere a configurare una password efficace sui propri dispositivi informatici, il secondo consiglio è quello di installare un software per prevenire attacchi di virus, malware e hacker. Spesso è la disattenzione a causare la perdita di dati: il 19% degli intervistati ha affermato di aver perso documenti in seguito a causa della propria disattenzione, il 23% a causa di danneggiamento del dispositivo.

Le foto e i video sono le informazioni personali considerate più preziose dagli utenti, circa il 44% di loro ha dichiarato di aver perso questo tipo di dati archiviati su smartphone, il 30% su tablet e il 37% su PC. L’89% salva sul computer tutte le foto che scatta, l’86% sul telefonino e il 59% su tablet; la soluzione più semplice per prevenire possibili perdite di dati è sicuramente quella di fare un backup su cloud. A questo scopo, siti come Google permettono gratuitamente di salvare online periodicamente i dati presenti su smartphone o su PC ,in maniera automatizzata (entro un limite massimo di alcuni Gb di dati) , soluzioni simili vengono fornite agli utenti da alcune aziende produttrici di smartphone che consentono agli utenti di salvare sui propri sistemi i dati custoditi nei cellulari (non solo foto, ma anche la rubrica telefonica), per chi invece volesse fare un backup sul proprio computer, basterà utilizzare i software disponibili sul sito del produttore del proprio dispositivo mobile.

Le APP per i genitori che vogliono stare più tempo con i figli

Con la parola APP intendiamo un programma informatico in grado di funzionare sui cellulari (o meglio sugli smartphone) e sin generale sui dispositivi mobili di ultima generazione. Si trovano APP per tutti i gusti: dai videogiochi alle applicazioni per l’ufficio, dalle APP per sportivi a quelle per la cucina. L’ APP di cui parliamo oggi si chiama Mini Hug (piccolo abbraccio) ed ha una funzione particolare: aiuta genitori e figli a passare più tempo assieme. A dire il vero è particolare anche l’ideatrice di questa APP, perchè ha solamente sette anni e si chiama Lia.

Tutto ha inizio quando la piccola Lia, rivolgendosi al papà Erwan (sviluppatore di applicazioni informatiche per un’azienda di Singapore) gli chiede di realizzare un’ App in grado di aiutare le sue amiche a stare più tempo con i propri genitori; problema che per sua fortuna lei non ha.

Il papà di Lia prende sul serio la proposta e assieme alla figlia, lavora per oltre un anno sul progetto, fino a realizzare Mini Hug (il nome è stato deciso dalla piccola ideatrice dell’APP) : software per smartphone e tablet che viene rilasciato gratuitamente e tradotto in nove diverse lingue.

Il funzionamento di Mini Hug è semplice: l’utente che decide di installarla può creare un profilo per ogni figlio e annotare tutte le attività svolte assieme, ottenendo un punteggio per ognuna di queste esperienze. E’ poi possibile condividere sui social network questi punteggi e persino competere con altri genitori. Secondo lo sviluppatore è proprio questa competizione a incentivare i genitori a realizzare più punti e quindi a trascorrere con i propri figli più tempo possibile.

Mini Hug non è l’unico software che è stato sviluppato per permettere a genitori e figli di trascorrere più tempo assieme; diverse startup (aziende che operano sopratutto nel campo tecnologico ) si sono adoperate per fornire soluzioni che aiutino le famiglia a rimanere unite e vivere nel migliore dei modi ogni minuti che si trascorre con i propri cari.

Molti interessante è il progetto lanciato da due coniugi romani con il loro sito www.aroundfamily.it : una sorta di guida per aiutare le famiglie a trovare locali e strutture ricettive a misura di bimbo, dove trascorrere un weekend senza stress e in modo divertente per i più piccoli.

Altra APP interessante, ideata anche questa da una famiglia italiana è “Save the mom” ( http://www.savethemom.com/ ), una APP che permette di condividere foto, messaggi vocali e appunti tra i vari componenti della famiglia. In pratica con Save the Mom è possibile raccogliere in un unico luogo (virtuale) tutte le informazioni che solitamente sono sparpagliate in casa tra sms, post-it e telefonate. Insomma, non saranno certo le APP a spiegare ai genitori come migliorare il proprio rapporto con i figli, ma sicuramente potranno dare un valido contributo.

Media education: ne abbiamo discusso a Grottammare

E’ stato un momento piacevole e ricco di spunti interessanti, quello organizzato da MED Media education e Radio Incredibile a Grottammare (AP) nel pomeriggio di sabato 21 Maggio: un’ occasione per poter parlare di educazione ai media (e quindi anche di educazione con i media ) e ribadire la necessità di una collaborazione tra le varie agenzie educative, su queste tematiche.

Interessanti gli interventi del rappresentante del CoreCom delle Marche, del giornalista RAI Varagona e del prof. Di Mele dell’associazione MED che hanno appunto ricordato che l’educazione ai media è fondamentale per la formazione dell’intera persona e per sviluppare coscienza critica nell’uso delle nuove tecnologie in maniera da poter vivere pienamente l’esistenza reale piuttosto che farsi intrappolare da una vita digitalizzata.

Ugualmente interessanti le esperienze presentate dagli altri relatori che hanno illustrato vari progetti legati alla media education (a proposito, “media” si legge come si scrive, essendo una parola latina, poi ripresa dall’inglese) che hanno avuto un buon riscontro nelle comunità a cui sono stati proposti.

Possiamo dire, senza scadere troppo nella retorica, che sono state gettate le basi per creare una rete di media educator e sicuramente i frutti di questo lavoro, in cui tecnologia, pedagogia e molta buona volontà si fondono, li vedremo tra non troppo tempo.